
Lo sviluppo delle nuove tecnologie ha consolidato l’idea della finestra
come metafora di uno sguardo virtuale sul mondo esterno. Anche prima di
Internet e del Villaggio Globale, l’immagine della finestra si è
rivelata flessibile grazie al suo carattere polisemico e alla
molteplicità dei contesti che l’hanno vista protagonista. Già Leon
Battista Alberti, che in età rinascimentale rivoluziona la pittura
grazie all’introduzione della prospettiva, parla del dipinto come di una
“finestra aperta sulla realtà dove […] si
evidenzia la verosimiglianza nei rapporti tra le cose raffigurate” (de Paolis Guidacci 2005: 9-10).
Nell’ambito della critica letteraria, il volume di Bruno Basile del 1982, La finestra socchiusa. Ricerche tematiche su Dostoevskij, Kafka, Moravia e Pavese,
ha messo in luce come, tra Otto e Novecento, la finestra si sia fatta
simbolo di evasione dal proprio io e archetipo di spazi, chiusure e
libertà anche in accordo con l’inconscio collettivo di matrice
junghiana.
Più in generale, la pluralità dei significati che un oggetto può
assumere all’interno del testo letterario è stata esplorata da critici
come Francesco Orlando (1993) e Bill Brown, che hanno gettato le basi
della thing theory, anche a partire dalla distinzione operata
da Heidegger tra la cosa e la sua rappresentazione (Brown 2001: 5). La
finestra permette di vedere ed essere visti, insieme separa e unisce, e
diventa un tecnema che affascina gli scrittori e rimanda all’immagine
stessa del libro che, così come la finestra, può essere aperto e chiuso
(Hamon 1996: 26).
In ambito modernista e postmoderno, la finestra si trasforma nel
simbolo della frammentazione della realtà e della sua percezione,
sollevando interessanti questioni da una prospettiva non soltanto
letteraria ma anche culturalista. Nella prefazione alla New York Edition
(1907-1909) delle sue opere, Henry James intravede nella finestra
l’elemento chiave della “House of Fiction”, metafora del romanzo
modernista e dello sgretolarsi della verità del narratore onnisciente.
La stessa inconoscibilità del reale, assieme alla fallibilità dello
sguardo umano, trova un corrispettivo pittorico nel Telescopio di René Magritte (1963).
Nella letteratura europea (e non solo) degli ultimi decenni, la finestra come apertura sul mondo e sguardo sull'altro caratterizza peraltro la cosiddetta migrant writing, come è stato messo in luce nel volume collettivo curato da Danielle Dumontet e Frank Zipfel, Écriture migrante/Migrant Writing (2008).
La figura della finestra può essere inoltre impiegata anche al di
fuori dell’ambito strettamente letterario, convertendosi in un simbolo
capace di riassumere problematiche e questioni ancora aperte nel campo
della linguistica e degli studi traduttologici. Il confine fatto di
trasparenza ed opacità che la finestra incarna si
presta in particolare a diventare il simbolo della dicotomia tra il
detto e il non detto, una problematica che, introdotta dai fondamentali
lavori di John L. Austin (How to do things with words, 1962) e Paul Grice (Studies in the way of words,
1989) inerenti la pragmatica linguistica, rimane aperta ancora oggi.
Estendendo il campo di analisi ai rapporti tra le diverse letterature è
utile anche la visualizzazione della finestra come spazio di
enunciazione condiviso e sovrapposto, che permette un naturale
avvicinamento al concetto di “transtestualità” presentato in Palinsesti da
Genette (1982), con tutte le sue sottocategorie. In questa prospettiva,
la traduzione, oltre che indicare una categoria preminentemente
linguistica, può essere considerata anche come una tipologia
transtestuale e transculturale. A questo aspetto fa riferimento Bruno
Osimo nel volume Manuale del traduttore (1998), applicando il
concetto di “spazio intertestuale” (Torop,1995: 222) al testo
traduttivo, in cui si assiste ad “una correlazione del testo dato con
altri testi ed il ripensamento nel nuovo contesto” (Bachtin, 1975: 207).
In ambito culturologico, i riscontri del tema finestra-vetrina sono
numerosi. Dagli studi di Jacques Aumont su cinema e pittura (L'oeil interminable. Cinéma et peinture, 1989) a quelli sui visual studies di Anne Friedberg (The Virtual Window: From Alberti to Microsoft, 2006), passando immancabilmente per i gaze studies (“Looking
is not indifferent. There can never be any question of 'just looking”,
Victor Burgin, 1982, 188). Se si intende poi la finestra come vetrina,
ulteriori spunti al proposito possono giungere da Vanni Codeluppi (La vetrinizzazione sociale. Il processo di spettacolarizzazione degli individui e della società, 2007).
Le due giornate di studi si propongono dunque di affrontare e
approfondire il tema secondo un’ottica letteraria, linguistica e
culturalista. L’incontro nasce da un’idea dei dottorandi di Lingue,
Letterature e Culture Straniere dell’Università degli Studi di Milano,
alla luce dei rispettivi interessi di ricerca e nell’ottica di
promuovere la riflessione e lo scambio, favorendo il confronto reciproco
su questioni teoriche e metodologiche. Le giornate vedranno la
partecipazione di numerosi dottorandi In Lingue e Letterature Straniere
provenienti dagli altri atenei italiani. Per conoscere nel dettaglio gli
interventi previsti, si veda il programma in allegato.